lunedì 15 febbraio 2010

Il processo Mare Nostrum


29 novembre 2009.
La Corte d’Assise d’Appello del Tribunale di Messina, presieduta per l’occasione dal giudice Antontio Brigandì, dopo 5 giorni di camera di consiglio emette la sentenza di secondo grado del mastodontico processo Mare Nostrum, probabilmente il procedimento giudiziario di mafia più importante mai celebratosi nella provincia peloritana, conclusosi in prima istanza il 26 luglio del 2006 con una sentenza che comminava 28 ergastoli e 1650 anni di carcere complessivi per i 133 imputati.
Il procedimento si era aperto dopo un maxi blitz investigativo sferrato a metà degli anni ’90. Associazione di stampo mafioso, traffico di droga, omicidi, attentati, traffico di armi, estorsioni, ferimenti e molto, molto altro fra le accuse contestate agli indagati.
Prima di vedere com’è andata a finire facciamo però un passo indietro.

Innanzitutto giova ricordare che da questo processo era scaturito lo stralcio denominato Mare Nostrum Droga, un procedimento riguardante il traffico di stupefacenti nell’area di Barcellona Pozzo di Gotto e che vedeva il coinvolgimento di 20 imputati.
La prima fase della causa aveva assolto 6 degli accusati, condannando i restanti 14 indagati a pene comprese fra i 15 ed i 4 anni di detenzione.
Il procuratore generale Ernesto Morici in secondo grado aveva chiesto le conferme di tutte le condanne, anche per i 6 imputati assolti nella prima tornata del processo, fondatosi in gran parte sulle dichiarazioni rilasciate dal pentito Maurizio Bonaceto.
La sentenza della Corte d’Appello presieduta da Maria Pia Lazzara arrivava lo scorso 13 novembre, confermando le assoluzioni già emesse in primo grado e ribaltando tutte le sentenze di condanna. I 14 imputati riconosciuti come colpevoli nella prima fase dei lavori processuali secondo la Corte non hanno commesso il fatto.
Viene così smentita l’operazione anticriminalità più importante mai registratasi nella provincia di Messina, un blitz che si riteneva avesse colpito al cuore l’organizzazione malavitosa del Longano, smantellando il suo impianto operativo fatto di minacce ai commercianti, uccisioni, sostanze stupefacenti.
Come dire: il traffico di droga, la delinquenza, a Barcellona Pozzo di Gotto, non esistono (come la mafia d’altronde...).
La mole di informazioni e collegamenti sporchi riconducibili agli assolti è talmente immane che neanche a volerlo sarebbe possibile ricostruirla.

A non aver commesso il fatto vi è ad esempio Salvatore Ofria, arcinoto alle forze dell’ordine, plupregiudicato boss dei rifiuti della mafia tirrenica, oppure Ugo Manca, affiliato al clan barcellonese, condannato in primo grado a 9 anni e cugino di Attilio Manca, urologo 34enne trovato morto nella sua abitazione in circostanze sospette il 13 febbraio del 2004.
Secondo alcune ricostruzioni sarebbe stato proprio lui ad operare alla prostata in una clinica di Aubagne, Francia, il boss Bernardo Provenzano, nell’ottobre del 2003. Qualche mese dopo un cocktail letale di eroina e tranquillanti se lo sarebbe portato via. Nel suo appartamento ecco comparire le impronte del cugino, Ugo Manca, oggi tornato libero per non aver commesso il fatto.
Di Mario e Giulio Calderone, anche loro condannati in primo grado e poi assolti, e delle loro connessioni ai piani alti delle istituzioni barcellonesi (il giudice Cassata ed il sindaco di Barcellona Candeloro Nania fra gli altri)ho già scritto qualche mese fa; Massimo Beneduce, Umberto Beneduce, Salvatore Bianco, Salvatore Costa, Filippo Minolfi, Francesco Minolfi, Benedetto Mondello, Armando Gangemi, Andrea Cattafi, Domenico Longo, Valentino Rotella, Luigi Alberti, Antonino Barresi, Luigi Leto, Domenico Ofria e Rosario Rotella sono gli altri assolti, tutti cittadini modello, ovviamente, come potrete verificare svolgendo una rapida ricerca internet dei loro nomi e cognomi affiancati alla parola “Mafia”.

Torniamo però alla parte più importante del processo, al Mare Nostrum vero e proprio, un procedimento che è interessante ripercorrere almeno in alcune sue parti salienti, assolutamente inedite, credo, nella storia della giustizia italiana.
Il 9 marzo del 2009 l’avvocato Francesco Bertolone, difensore del boss Giuseppe Gullotti, legge in aula un documento anonimo che mette in dubbio l’attendibilità delle dichiarazioni del pentito Maurizio Bonaceto, il quale avrebbe in pratica mentito accusando Giuseppe Gullotti ed Antonino Merlino di aver ucciso il giornalista Beppe Alfano.

Nel documento vengono espressi giudizi molto pesanti in merito a Piero Campagna, (carabiniere e fratello di Graziella Campagna, uccisa dalla mafia nel 1985 a diciassette anni) e Fabio Repici, avvocato di parte civile nel Processo Mare Nostrum ed in numerosi processi di mafia della provincia messinese (fra cui anche quelli riguardanti gli omicidi Alfano e Campagna).

Secondo il documento i due sarebbero stati al corrente dell’innocenza di Gullotti e Merlino, ma non ne avrebbero mai informato l’Autorità Giudiziaria.
Sembra un legal thriller. Purtroppo non lo è, ed anzi, prima di andare avanti bisogna sottolineare alcuni punti importanti.

1)Serve innanzitutto ricordare che nelle more del procedimento ben nove perizie mediche avevano confermato l’impossibilità di richiamare a deporre il pentito Maurizio Bonaceto, lanciatosi dal balcone della sua casa nel 1997 e da allora gravemente debilitato. La Corte preferì dare ascolto al decimo ed unico parere contrario, che stabiliva l’effettiva capacità di rendere esame di Bonaceto.
Giunto davanti ai giudici, in condizioni generali evidentemente precarie, Bonaceto dichiarò di non voler rispondere, non confermando le sue precedenti deposizioni.
La Corte, dovendo prendere atto delle evidentissime pressioni subite da Bonaceto al fine di ritrattare le sue dichiarazioni (il fratello del collaboratore di giustizia ancora oggi lavora come ragioniere in un’impresa di demolizioni riconducibile al boss Salvatore Ofria...) decise di acquisire comunque i fascicoli.

2)Chi è l’avvocato Francesco Bertolone?
Il dottor Bertolone, legale dei più noti mafiosi peloritani, non aveva partecipato al primo grado di giudizio del Mare Nostrum in quanto raggiunto dagli addebiti mossigli dal collaboratore di giustizia Giuseppe Chiofalo (in passato suo cliente).
Chiofalo, pluriomicida e condannato a diversi ergastoli, aveva accusato Bertolone di essere un fondamentale confidente della mafia barcellonese in virtù del suo rapporto di profonda amicizia con il giudice Franco Cassata, oggi Procuratore Generale presso la Corte d’Appello del Tribunale di Messina.
In tal senso è interessante riportare, fra i vari attestanti il rapporto Cassata-Bertolone, un episodio rivelato dallo stesso Chiofalo nel 2004 e mai smentito dai protagonisti.
Nel 1974 Giuseppe Chiofalo, diretto a Milano a bordo di una Mercedes di sua proprietà, ospitò sulla sua auto il suo legale dell’epoca, Francesco Bertolone, ed un giovane giudice, poi rivelatosi essere l’attuale Procuratore Generale presso la Corte d’Appello del Tribunale di Messina, Antonio Franco Cassata.
Un’ulteriore nota di interesse sul personaggio Bertolone emerge poi rileggendo il documento anonimo prodotto nel corso del procedimento Mare Nostrum e di cui si è data conoscenza qualche paragrafo fa. Lo sconosciuto redattore, in un’osservazione omessa nella lettura in aula data dal Bertolone, si lascia infatti andare ad un commento in cui si spiega che “Franco Bertolone è il Franco Cassata degli avvocati”.
Sarà forse a causa di tale vaghissima relazione fra Cassata e Bertolone che quest’ultimo, dopo aver coscenziosamente disertato la prima fase del dibattimento per gli evidenti conflitti giuridici in seno al procedimento riguardanti la sua persona, rientrerà in aula per il processo d’appello da celebrarsi in quel Tribunale di Messina il cui fido amico Cassata è nel frattempo diventato Procutore Generale?
Giudicate voi....

3)Chi è l’autore del documento anonimo letto in aula da Francesco Bertolone e che squalifica le dichiarazioni del pentito Maurizio Bonaceto, tenta di scagionare il boss Gullotti dall’accusa per l’omicidio Alfano ed attacca l’avvocato Fabio Repici ed il carabiniere Piero Campagna, consegnando, inoltre, una visione assolutamente nuova ed inedita del delitto Alfano?

Il suo nome è Olindo Canali.

Sostituto procuratore della Repubblica a Barcellona Pozzo di Gotto dal 1992, attualmente in attesa di essere trasferito d’ufficio dal Consiglio Superiore della Magistratura per incompatibilità ambientale e funzionale, giudice istruttore dell’omicidio Alfano, pubblico ministero nel primo grado del processo Mare Nostrum, ruolo da cui fu rimosso nel 2005 a causa delle sue insistite frequentazioni con Salvatore Rugolo, affiliato alla cosca barcellonese, figlio del boss Francesco Rugolo (ritenuto il capo indiscusso della mafia tirrenica quando venne ucciso, nel 1987, nel corso della guerra tra le cosche barcellonesi e chiofaliane) nonchè fratello di Venera Rugolo, moglie del noto capo mafioso Giuseppe Gullotti, del quale Salvatore Rugolo sarebbe tuttora il referente principale per gli affari di criminalità.
Altro particolare interessante, emerso da un’informativa dei carabinieri redatta nel 2005, la famosa informativa Tsunami, è che fra le frequentazioni altolocate dei Rugolo vi sarebbe anche quella di Antonio Franco Cassata, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello del Tribunale di Messina.
Ancora, bisogna sottolineare che fu grazie al giudice Olindo Canali se Giuseppe Gullotti, accusato dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, venne condannato a 30 anni invece che all’ergastolo; Canali “dimenticò” infatti di considerare, nel corso dell’istruttoria, “la premeditazione” dell’omicidio, che evidentemente, o almeno secondo l’interpretazione che ne diede il giudice Canali, non fu pianificato.
Si tratta di un particolare inquietante, soprattutto se affiancato al documento, prima anonimo, poi riconosciuto, prodotto dal magistrato lombardo nell’ambito del processo Mare Nostrum, un memoriale evidentemente mirato a scagionare dalle accuse proprio il boss Gullotti.

E’opportuno rammentare che dopo il riconoscimento della paternità del documento operato da Canali i legali di Gullotti chiameranno lo stesso Canali a testimoniare nel processo Mare Nostrum.
La Corte, infischiandosene dell’incompatibilità prevista dall’articolo 197 lettera d del codice di procedura penale, accetterà la deposizione di Canali, il quale a causa delle dichiarazioni rilasciate in aula è oggi sotto inchiesta da parte della procura di Reggio Calabria per falsa testimonianza e favoreggiamento del boss Giuseppe Gullotti.
Peccato che il suo intervento, minando la credibilità delle dichiarazioni del pentito Maurizio Bonaceto, sia comunque risultato determinante nell’ambito del procedimento.
Certo viene anche da chiedersi come mai, mentre Olindo Canali è in attesa di un trasferimento d’ufficio da parte del CSM e sotto inchiesta a Reggio Calabria con accuse gravissime il signor Antonio Franco Cassata, il cui quadro di connivenze mafiose dimostrato dalle stesse documentazioni che hanno portato alla rimozione del Canali è ben più pesante, sia stato nel frattempo scelto, da quello stesso CSM che ha trasferito Canali, come nuovo Procuratore Generale presso la Corte d’Appello del Tribunale di Messina........
Mistero.

Ma torniamo al processo, ed alla fine della nostra storia.
29 novembre 2009.
La Corte d’Assise d’Appello del Tribunale di Messina, presieduta per l’occasione dal giudice Antontio Brigandì, dopo 5 giorni di camera di consiglio emette la sentenza di secondo grado del mastodontico processo Mare Nostrum, probabilmente il procedimento giudiziario di mafia più importante mai celebratosi nella provincia peloritana, conclusosi in prima istanza il 26 luglio del 2006 con una sentenza che comminava 28 ergastoli e 1650 anni di carcere complessivi per i 133 imputati.
Le condanne confermate sono 41, 40 le riduzioni di pena, 13 le prescrizioni, ben 31 le assoluzioni complete.
Gran parte dell’impianto accusatorio che metteva sotto processo la mafia della provincia di Messina viene letteralmente smantellato.
Sarebbe a dire che nel capoluogo peloritano non vi è criminalità, che la mafia da noi non c’è, è un’invenzione di qualche poliziotto fantasioso, di alcuni magistrati in cerca di pubblicità.
Dei 28 ergastoli sentenziati in primo grado ne restano 14, il carcere a vita viene cancellato per Domenico Leone, Gaetano Fontanini, Francesco Franzese, Domenico Spica ed ovviamente per il boss Giuseppe Gullotti, accusato di essere il mandante del duplice omicido Iannello-Benvenga.
Grazie a questa sentenza Gullotti, uno dei capimafia più feroci nella storia della malavita messinese, potrebbe già pensare al momento del suo rilascio. In fondo adesso su di lui grava “soltanto” la condanna a 30 anni per l’omicidio Alfano.
Per Gaetano Fontanini e Francesco Franzese la Corte ha disposto la scarcerazione immediata.
Fontanini fu arrestato, latitante, in provincia di Catania, nel giugno del 2007, nel corso di un massiccio blitz antidroga. Al momento del fermo vennero rinvenute nella sua casa diverse pistole, 2 chili e mezzo di marijuana e quasi mezzo chilo di eroina.

Di Francesco Franzese, all’epoca latitante e braccio armato del sanguinario boss Lo Piccolo (successore di Bernardo Provenzano alla guida di Cosa Nostra), già inserito dal Ministero dell’Interno nell’elenco dei cento ricercati più pericolosi, arrestato nell’agosto del 2007 dopo un lunghissimo lavoro di intelligence svolto dal Nucleo Antimafia della Polizia, il questore di Palermo, Francesco Caruso, al tempo della cattura diceva: l'arresto di Franzese è un nuovo colpo alla mafia perchè da quanto emerge dal materiale sequestrato si scopre un ruolo molto importante che rivestiva nella dinamica interna a cosa nostra. Franzese è un personaggio che decide e allo stesso tempo esegue. Tutto ciò ci viene confermato anche dalla corrispondenza ritrovata nel covo, non solo con il latitante Salvatore Lo Piccolo ma anche con altri capimafia di Palermo.


Vengono i brividi, ma non ai giudici della Corte d’Appello di Messina, che evidentemente non la pensano allo stesso modo.
Fontanini e Franzese oggi sono liberi, destinatari di un provvedimento di scarcerazione immediata proveniente dal benemerito Tribunale di Messina, con buona pace del questore Caruso, di tutti i poliziotti che hanno rischiato la vita per catturarli, di tutti i sostituti procuratori che per loro avevano chiesto il carcere a vita e soprattutto con buona pace nostra: evidentemente dovremo rassegnarci a questo stato delle cose.
Anche perchè d’altronde, si sa, la mafia non esiste.

mercoledì 16 dicembre 2009

Bartolo Cipriano: la mafia oltre l'immaginazione


L’articolo di oggi è dedicato alla storia, o meglio, a quella piccola parte di storia che si è qui riusciti a ricostruire, di Bartolo Cipriano.
Di lui, il cui nome vi dirà inevitabilmente poco, il capitano Domenico Cristaldi, Comandante dei Carabinieri della Compagnia di Barcellona Pozzo di Gotto, scrive, all’interno di un fascicolo redatto nel 2005 nell’ambito dell’inchiesta denominata Tsunami: “su questo soggetto sono state spese innumerevoli pagine sia nella prima che nella seconda fase investigativa, nel corso delle quali si è riscontrata inequivocabilmente la sua tentacolare posizione di snodo tra poteri economici “famelici”, poteri politici “malati” e poteri istituzionali“deviati”, finanche al potere di regolamentare anche il meno gratificante posto di lavoro ovvero i servizi dovuti dall’amministrazione comunale a cittadini che invece, nel martoriato Comune di Terme Vigliatore, li avvertono come una concessione da chiedere all’onnipotente “patron”, qualunque sia in quel momento la veste (carica o incarico) ricoperta.”

La carriera politica di Bartolo Cipriano, nato a Castroreale l’11 ottobre del 1960, comincia nelle fila della Democrazia Cristiana, il partito che lo svezza giovanilmente e che lascerà, a metà degli anni ’90, per Alleanza Nazionale, soggetto politico erede dell’egemonia elettorale nella provincia messinese dopo la polverizzazione DC seguita allo scandalo di Mani Pulite.
Eletto sindaco di Terme Vigliatore nel 1997 con oltre 1300 preferenze di vantaggio sul suo diretto sfidante, Bartolo Cipriano inaugura immediatamente una stagione nuova nella gestione amministrativa di Terme, un comune di 7.000 abitanti della provincia di Messina, incastrato sul litorale tirrenico fra Milazzo e Tindari.
Uno dei primi atti di Bartolo Cipriano nelle vesti di primo cittadino è ad esempio quello di riconoscere un debito fuori bilancio di 332.222.446 lire a Stefano Rizzo, cui il comune di Terme Vigliatore aveva espropriato un terreno il cui valore era stato invece stimato nella cifra, ben inferiore, di 2.291.600 lire.

Ma non finisce qui.

Stefano Rizzo, anch’egli nato a Castroreale, l’1 aprile del 1947, pregiudicato per truffa ed assegni a vuoto, è infatti il padre di Nunziato Rizzo, braccio destro del boss Mimmo Tramontana, capo clan di Terme Vigliatore ed appartenente alla famiglia dei “barcellonesi”, ucciso in un agguato di mafia il 4 giugno del 2001, nonché uomo di fiducia di Nunziato Siracusa, indiscusso capo della malavita termese.
A seguito della vicenda, perlomeno sospetta, i tre componenti del Collegio dei Revisori dei Conti del Comune si dimisero, con largo anticipo rispetto alla scadenza del loro mandato.
Ovviamente se ne può supporre il motivo.
Vale poi la pena menzionare che all’interno dell’autovettura del Tramontana, ucciso a colpi di fucile caricato a pallettoni ed a colpi di pistola, verranno ritrovati 41 volantini elettorali pubblicizzanti la candidatura di Bartolo Cipriano, all’epoca in corsa per le elezioni alla Camera dei Deputati con la lista civetta Paese Nuovo, collegata al centro sinistra. Eh sì, perché il nostro protagonista nel frattempo ha già cambiato sponda, transitando verso i piani alti della Margherita siciliana.
Un altro tassello importante della sua carriera politica il dottor Bartolo Cipriano lo pone fra l’aprile del 1997 ed il gennaio del 1999, quando concede all’imprenditore Antonino Palano quattro diverse autorizzazioni per la costruzione di alcuni fabbricati della metratura complessiva di circa 1500 mq.
Altra concessione verrà concessa al Palano nel 2002, stavolta per la realizzazione di un immobile di 300 mq.
Ma chi è Antonino Palano?
Nato a Terme Vigliatore nel gennaio del 1939, già presidente dell’Associazione Antiracket Lacai, Palano negli anni è più volte stato indagato per gli abusi edilizi di cui si è reso protagonista, abusi possibili soprattutto grazie alle numerose coperture mafiose e politiche di cui ha nel tempo potuto disporre. I suoi rapporti con la mafia barcellonese del boss Giuseppe Chiofalo si sono d’altronde palesati nelle dichiarazioni rese da parte del collaboratore di giustizia Domenico Gullì nell’ambito del processo Mare Nostrum, dalle quali emergerebbero gravissime collusioni del Palano con le alte sfere della malavita messinese, connessioni utilizzate al fine di avere gioco facile con le speculazioni edilizie perpetrate nei comuni di Portorosa e Tonnarella.
Alla luce di queste informazioni non risulta semplice comprendere le motivazioni che spingono Cipriano a concedere le autorizzazioni di cui sopra. L'irregolarità delle licenze emesse causerà in ogni caso il sequestro delle cinque strutture, messo in atto dall’Autorità Giudiziaria nel settembre 2003.

La parabola di Cipriano è comunque inarrestabile, forse anche per questo il suo operato cominicia a suscitare l’interesse della stazione dei carabinieri di Terme Vigliatore, che dal 1997 al 2004 raccoglie denunce e deferimenti che porteranno all’incardinamento, disposto dalla Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto, di quasi trenta procedimenti penali a carico del comune da lui o dai di lui amici amministrato, per reati di corruzione, abuso d’ufficio, peculato, danni patrimoniali, e via, via tristemente dicendo.

Bazzecole, se comparati ai trentaquattro pregiudizi penali direttamente riguardanti la persona di Bartolo Cipriano, archiviati fra gli atti d’ufficio delle istituzioni giudiziarie italiane e relativi ai reati di: abuso d’ufficio, omissione d’atti d’ufficio, danneggiamento di beni naturali, scarico di reflui inquinanti, falsità ideologica, ingiurie, diffamazione, violazione del vincolo paesaggistico ambientale, abuso edilizio, peculato, deturpamento di bellezze naturali, realizzazione di discarica abusiva, interruzione di pubblico servizio, per aver attivato senza la necessaria autorizzazione uno stoccaggio di rifiuti solidi urbani, inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità, violazione norme del regolamento edilizio, turbata libertà degli incanti, reati ambientali, per avere consentito senza la necessaria autorizzazione l’effettuazione di una gara tra veicoli in luogo pubblico e per avere con azione omissiva fatto sorgere pericolo per l’incolumità pubblica.

Nel marasma di cotanto palmares giudiziario Cipriano continua intanto a ricoprire a modo suo l’incarico di primo cittadino di Terme Vigliatore, sino al 2002, anno in cui lascia la poltrona a Gennaro Nicolò, suo uomo di fiducia, che in un’informativa dei Carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto viene descritto come “molto evanescente, preso dai numerosi impegni legati alla gestione di due studi medici e di altre attività socio-ricreative […] di fatto, Cipriano funge da elemento catalizzatore delle richieste dei cittadini, che lo continuano ad identificare come capo dell’amministrazione, nonché organizzatore della vita politico-amministrativa dell’Ente, in sostituzione del sindaco Gennaro Nicolò”.
Nicolò, eletto nella tornata amministrativa del 26/27 maggio del 2002, raccoglierà quasi mille voti di vantaggio sul candidato di centrodestra Michele Alessandro ed oltre millecinquecento in più rispetto ad Adolfo Parmaliana, segretario della locale sezione dei DS.
Da questo momento in avanti qualcosa comincia però ad andare storto.
Parmaliana, docente ordinario di chimica industriale all’Università di Messina, non si arrende, e comincia una lotta solitaria contro il far west amministrativo di Terme Vigliatore.

Parmaliana scrive, scrive tantissimo. Ministri, presidenti di commissione, Consiglio Superiore della Magistratura, addirittura il Papa ed il Presidente della Repubblica sono fra i destinatari delle sue missive.

Il professor Parmaliana si concentra sulle decine di reati compiuti giornalmente, alla luce del sole, dal consiglio comunale di Terme Vigliatore.
La sua perseveranza porta a dei risultati concreti.
Il 23 dicembre del 2005 Carlo Azeglio Ciampi firma infatti il decreto di scioglimento dell’amministrazione guidata da Gennaro Nicolò.
Secondo il dossier del Ministero dell’Interno a Terme Vigliatore “sussistono forme di ingerenza della criminalità organizzata” che “espongono l’amministrazione stessa a pressanti condizionamenti compromettendo la libera determinazione degli organi ed il buon andamento della gestione comunale”; nel documento si parla poi di “uso distorto della cosa pubblica”, di “soggetti collegati direttamente o indirettamente con gli ambienti malavitosi”, di “gestione amministrativa fortemente caratterizzata da irregolarità, incongruenze ed anomalie, in materia di appalti pubblici, tutela del territorio, erogazione di contributi e nel settore edilizio”.
Ce ne sarebbe abbastanza, o almeno così parrebbe, per mettere definitivamente fuori da qualsiasi gioco politico anche il più irriducibile degli ambiziosi.
E invece no, perché le connivenze di Cipriano ai piani alti del potere sono forti, fortissime, e allora succede addirittura di vederlo candidato, nel 2006, nella lista Democrazia e Libertà - La Margherita per Rita Borsellino, in occasione delle elezioni per la presidenza della regione Sicilia.
Sembra uno scherzo, purtroppo è realtà. Succede pure questo, nella provincia messinese.

I collegamenti di Cipriano con la malavita organizzata non si esauriscono infatti nelle strane coincidenze che lo legano al boss mafioso Mimmo Tramontana e che abbiamo già sottolineato.
In più, per dire, c’è la frequentazione con Francesco Carmelo Salamone, pregiudicato per associazione a delinquere e droga nonchè fratello di Fortunato Antonino Salamone, pregiudicato per armi, associazione a delinquere e collaboratore di giustizia; c’è poi l’incontro, così come accertato da appostamenti ambientali dei Carabinieri di Terme Vigliatore e tenutosi di fronte alla sua abitazione, con Salvatore Recupero, zio del già citato boss mafioso Nunziato Siracusa e vincitore, con un ribasso del 17%, di una strana gara d’appalto relativa alla manutenzione dell’acquedotto e delle fogne comunali; ancora, il 14 maggio del 2004, c’è la discussione, notata dalla pattuglia dei Carabinieri, ancora di fronte alla sua abitazione, con Francesco Giorgianni, pregiudicato ed imputato nel maxiprocesso di mafia Mare Nostrum; e poi, come se non bastasse, vi è il rapporto di collusione e favoreggiamento con Antonino Torre, noto pregiudicato e vicino al boss mafioso Carmelo Bisognano, capo della frangia dei Mazzarroti. Torre negli anni riceve da Cipriano favori di ogni genere per le aziende di frantumazione e lavorazione a lui facenti riferimento, oltre ad imporre il fratello, Felice Torre, come vicesindaco nel corso delle amministrazioni comunali di Cipriano.

Ebbene, questo campione di trasparenza alle elezioni regionali siciliane del 2006 porterà alle liste della candidata Rita Borsellino, sorella del giudice Paolo Borsellino, assassinato dalla mafia il 19 luglio 1992, candidata simbolo della Sicilia che si batte contro Cosa Nostra, contro la Sicilia sottomessa al potere clientelare, la bellezza di 5.635 preferenze.


Non sarà l’ultimo apporto di Bartolo Cipriano alla coalizione di centrosinistra.
Walter Veltroni, l’uomo nuovo della politica italiana, quello che in televisione parlava di aprire una stagione diversa, di dare spazio ai giovani, di volerla far finita con il vassallismo delle candidature storicamente radicato nel Centro Sud, lo inserisce infatti nelle liste del Partito Democratico, in corsa per il Senato alle elezioni politiche del 2008.
Finisce qui? No, c’è ancora spazio per la realtà che supera la fantasia.
Il 15 ed il 16 giugno del 2008 i cittadini di Terme Vigliatore sono infatti chiamati a scegliere il loro nuovo sindaco, a tre anni dallo scioglimento della vecchia amministrazione per mafia.
Bartolo Cipriano si candida. E vince. Con 100 voti di scarto sul suo sfidante.
Con lui vengono rieletti 11 dei 15 esponenti già facenti parte della vecchia amministrazione; fra loro c’è anche Gennaro Nicolò, designato assessore alla cultura.
Ci si chiederà adesso, com’è mai possibile una cosa del genere.
La risposta la conoscono bene i 2402 elettori di Cipriano a Terme Vigliatore: la mafia, si sa, non esiste.

domenica 8 novembre 2009

A Barcellona Pozzo di Gotto la prima agenzia immobiliare per mafiosi


Ipab significa Istituzione Pubblica di Assistenza e Beneficenza.
E’un ente creato da una legge del 1890 del governo Crispi, con il compito di svolgere attività sociali a favore delle classi più svantaggiate della popolazione.
Nei loro locali gli Ipab ospitano case di cura e ricovero, scuole, asili, cliniche.
I suoi dipendenti si occupano di assistenza agli handicappati, di attività di formazione, educazione, alfabetizzazione, focalizzando il proprio operato, secondo i dettami previsti dalla legge, nell’assistenza ai poveri, tanto in istato di sanità quanto di malattia.Funzionano così gli Ipab, ma non a Barcellona Pozzo di Gotto, provincia di Messina.
E no, perchè a Barcellona Pozzo di Gotto il ruolo dell’Opera Pia “Nicolaci Bonomo”, proprietaria di un incredibile patrimonio, è quello di agente immobiliare dei mafiosi.
La funzione sociale dell’Istituzione Pubblica di Assistenza e Beneficenza si esplica, ad esempio, concedendo in affitto, il 12 luglio 2000, uno stabile in via Garibaldi 93 ad Alexandro Calderone, un immobile che il signor Calderone ha ovviamente utilizzato a fini sociali, aprendovi il ristorante La Galleria.
Fosse questa la stranezza, ci si potrebbe pure passar sopra. Ma c’è dell’altro.
Ad esempio, per dire, c’è che Alexandro Calderone è fratello di Giulio Massimo Calderone e Mario Calderone.

Giulio Massimo Calderone, precedenti di latitanza, condannato ad un anno e mezzo di carcere per traffico di droga dal Tribunale di Barcellona, condannato a 6 anni e 6 mesi di reclusione per mafia con sentenza di primo grado del Tribunale di Messina il 26 luglio 2006 nell’ambito del maxiprocesso Mare Nostrum, già noto alle forze dell’ordine dagli anni ’80, militante di estrema destra dell’area barcellonese, candidato alle elezioni amministrative del 1985 nella lista MSI – DN, di cui facevano parte anche il capomafia di Barcellona Giuseppe Gullotti (condannato a diversi ergastoli e riconosciuto come mandante per l’assassinio del giornalista Beppe Alfano) l’attuale sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto Candeloro Nania e 
 Giuseppe Buzzanca, due volte presidente della provincia di Messina ed attuale primo cittadino del capoluogo peloritano.

Mario Calderone, noto mafioso barcellonese, condannato a 7 anni di reclusione per mafia con sentenza di primo grado del Tribunale di Messina il 26 luglio 2006, in passato sorvegliato speciale di Pubblica Sicurezza.
A questa gente l’Ipab “Nicolaci Bonomo”, istituto di pubblica assistenza ai poveri, tanto in istato di sanità quanto di malattia, affitta i suoi immobili.
E nella persona di chi l’Opera Pia Nicolaci Bonomo concede in locazione lo stabile di sua proprietà? Facile. A firmare è Nello Cassata, presidente dell’Ipab barcellonese dal 1999 al 2001, soprattutto figlio di Antonio Franco Cassata, allora sostituto procuratore generale del Tribunale di Messina e recentemente promosso a Procuratore Generale presso la Corte d’Appello, sempre a Messina.
E la volete sapere un’altra cosa? Giulio Massimo Calderone, nonostante la condanna per mafia in primo grado, svolge attualmente le mansioni di agente addetto alla verifica sui cambi di residenza presso l’ufficio anagrafe del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto. Al signor Candeloro Nania, sindaco di Barcellona e cugino di primo grado del senatore Pdl Domenico Nania, non pare infatti abbastanza una condanna per mafia in primo grado a 6 anni e 6 mesi per sospendere un suo dipendente, no, il sindaco Nania è un garantista, e aspetta che a Giulio Massimo Calderone le forze dell’ordine se lo vadano a prendere direttamente al Comune.
Ma ci stiamo perdendo, ed è facile farlo nei meandri fittissimi che collegano mafia e politica, mafia e giustizia, mafia ed istituzioni, nella silenziosissima provincia di Messina.
Torniamo all’Ipab, ed al suo ruolo sociale nella città di Barcellona.
La concessione in affitto dei locali nei quali far sorgere il ristorante mafioso del fratello di mafiosi Alexandro Calderone non è infatti l’unica anomalia nella gestione dell’Opera Pia “Nicolaci Bonomo”. No, perché di “anomalie” ce ne sono tante altre.
Nel 1998 Piero Di Maggio, commissario straordinario dell’ente, concede in locazione alla ventiquattrenne Francesca Giunta un fondo rustico, ovviamente di proprietà dell’Ipab di Barcellona, sito nel comune di Terme Vigliatore.

Sul vastissimo terreno ottenuto in affitto nasce così uno dei vivai più grandi della zona, un’attività cui si dedica, ufficialmente, il marito della Giunta, Domenico Tramontana, per gli amici Mimmo, noto esponente della malavita barcellonese. Affiliato al clan mafioso di Giuseppe Gullotti, Tramontana,

coinvolto nell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, è destinatario di un provvedimento di custodia cautelare per associazione mafiosa (in seguito al quale si rende latitante per un lungo periodo) emesso nel 1994 e poi scaduto nel 1998, nell’ambito dell’operazione antimafia “Mare Nostrum”, ed è condannato nell’ottobre del 2000 dal Tribunale di Barcellona a tredici anni e sei mesi di reclusione per estorsione aggravata e continuata nell’ambito dell’inchiesta antiracket di Portorosa, comune nel quale il Tramontana aveva imposto il pizzo a gran parte degli esercizi commerciali e turistici della zona.

Secondo le ricostruzioni di polizia Domenico Tramontana viene ucciso la notte fra il 3 ed il 4 giugno del 2001 da un commando armato di quattro uomini che gli scarica addosso una trentina di colpi.
Tramontana percorre a bordo della sua auto di lusso il lungomare di Ponente fra Milazzo e Barcellona quando viene freddato. Si tratta di una vera e propria esecuzione, ordinata dalla mafia barcellonese. Tramontana ifatti, all'epoca 33enne, vuole inserirsi nel ricchissimo business della discarica di Mazzarrà S. Andrea – Tripi e del depuratore di Barcellona, un affare da centinaia di milioni di euro nel quale oltre alla criminalità organizzata sono implicati magistrati conniventi, tecnici comunali “distratti”, assessori e sindaci amici degli amici. Come abbiamo visto, fa male i suoi conti.
Curioso che a prendere il posto di Tramontana sullo scacchiere mafioso barcellonese come referente per Terme Vigliatore sia Carmelo Giambò, già amico di Tramontana ed a quanto pare precedente affittuario del famoso terreno poi concesso nel 1998 dall’Ipab, come già scritto, a Francesca Giunta. Curioso pure che a rinnovare il contratto firmato nel 1998 in regime di amministrazione straordinaria ci pensi, nel 2000, Nello Cassata, ancora lui, il figlio dell’attuale procuratore generale presso la Corte d’Appello di Messina Antonio Franco Cassata.
Il giovane avvocato all’epoca, evidentemente, non riteneva scandaloso concedere in locazione un terreno di proprietà statale, in teoria destinato ad attività sociali d’assistenza, alla moglie di un pluripregiudicato boss della criminalità organizzata. Così come non deve averlo sorpreso lo scoprire che il 7 maggio 2002 in alcuni locali di proprietà di Domenico Nicola Salamita i Carabinieri sorpresero, tra gli altri, i boss mafiosi Antonino Merlino, killer di Beppe Alfano, Ugo Manca, condannato per traffico di droga, e Angelo Porcino, condannato per estorsione aggravata. In fondo Nello Cassata a Domenico Nicola Salamita aveva soltanto affittato uno terreno a Terme Vigliatore, per conto dell’Opera Pia “Nicolaci Bonomo”, nel febbraio del 2000, che ne poteva sapere, il Cassata, delle cattive frequentazioni di Nicola Salamita?

Ugualmente, poteva Nello Cassata, figlio dell’attuale procuratore generale presso la Corte d’Appello di Messina Antonio Franco Cassata,

essere a conoscenza del pedigree criminale di Aurelio Salvo, ex commerciante di detersivi, quando nel 2001 gli concesse la locazione di una proprietà dell’ente sita a Terme Vigliatore? Chiaro che no, non poteva nemmeno immaginarlo, Nello Cassata, che in un appartamento sito in via Trento, a Barcellona Pozzo di Gotto, di proprietà di Aurelio Salvo, 62 anni, ex commerciante di detersivi, il 16 aprile del 1995 venne scovato il superlatitante mafioso Giuseppe Gullotti.

Salvo, che verrà poi condannato per favoreggiamento semplice soltanto ad un anno e mezzo di reclusione avendo fatto abilmente cadere nel corso del dibattimento l’aggravante mafiosa contestata dall’accusa, è stato peraltro recentemente assolto da un’altra gravissima pendenza di favoreggiamento, legata alla latitanza del boss Nitto Santapaola negli anni ’90.
La Corte d’Appello di Messina, ribaltando le sentenze emesse in primo grado nel giugno del 2007, ha infatti ritenuto inutilizzabili le intercettazioni telefoniche dalle quali emergerebbero gravissime implicazioni del Salvo, che avrebbe messo a disposizione del boss etneo un appartamento di sua proprietà, sito (ancora!!!) nel comune di Terme Vigliatore.
C’è poi la storia degli immobili, diversi immobili, affittati sino al 2001 dall’Opera Pia “Nicolaci Bonomo” a Pietro Arnò, oggi deceduto, imprenditore barcellonese più volte indagato per mafia, condannato per voto di scambio e turbativa d’asta, ex presidente della società calcistica Igea Virtus e considerato vicinissimo al boss Giuseppe Gullotti.
A Pietro Arnò era legato Immacolato Bonina, che proprio da Arnò nel 2001 rilevò la squadra di calcio Igea Virtus, di cui era già vicepresidente. Bonina, proprietario della “Supermercati Bonina Srl”, membro del consiglio d’amministrazione del Gruppo Sigma, rileverà nel 2002 da tal Francesco Barbera la locazione di un’immobile, ovviamente di proprietà dell’Opera Pia “Nicolaci Bonomo”, destinato, secondo piano regolatore, ad edilizia scolastica, ma utilizzato invece a fini commerciali.
Su Immacolato Bonina, personaggio di spicco di Barcellona Pozzo di Gotto, pendono inoltre fortissimi sospetti di collusioni mafiose, avvalorati dalle ipotesi che le continue aperture di nuovi ipermercati del suo gruppo siano legate al riciclaggio di denaro proveniente dai guadagni criminali della discarica di Mazzarrà S. Andrea. Ovviamente ad alcune intercettazioni ambientali eseguite dai carabinieri di Milazzo che in tal senso fornirebbero una buona pista non è mai stato dato alcun peso giudiziario.

Ma ci siamo di nuovo allontanati dall’Ipab, che intanto, nel corso degli anni, ha accumulato crediti nei confronti dei propri affittuari pari a quasi 800.000 euro, il tutto mentre il segretario storico dell’Opera Pia, Mariano Cangemi, concedeva in locazione a sua moglie ed a suo figlio immobili di proprietà dell’ente. Incurante di tutto ciò, nel marzo del 2008, Paolo Colianni, allora assessore regionale alle Autonomie Locali ed oggi componente della Commissione Sanità della Regione Sicilia, non esitò ad affidare proprio a Mariano Cangemi il ruolo di consulente nell’atto di commissariamento dell’ente, commissariamento poi conclusosi comunque con un niente di fatto.

D’altronde Colianni non è proprio un esempio di legalità, basti pensare che abusando del suo ruolo di assessore regionale nel 2006 non esitò a far assumere il fratello al Gabinetto del suo assessorato, nominandolo poi, con compensi strabilianti, commissario all'Istituto di assistenza e beneficenza di Paternò (un altro Ipab…).
In ogni caso, anche questa è un’altra storia.
Sull’Opera Pia “Nicolaci Bonomo” intanto è stata aperta un’inchiesta dalla Procura della Repubblica, mentre il senatore Giuseppe Lumia, lo scorso 29 luglio, in merito ha presentato un’interrogazione scritta, (cui questo nostro articolo deve gran parte delle informazioni) ancora senza risposta.
Nel frattempo, come al solito, tutto scorre, ed ognuno rimane al suo posto.
Tanto, si sa, la mafia non esiste.